Violenza e censura
- antoniettamasina
- 6 gen 2014
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 5 mar 2022

Tra il ’75 e l’82, l’Italia conosce lo “spettacolo della carne”: già i film di serie A avevano inserito nell’immaginario del pubblico dell’epoca efferatezze di ogni tipo (le castrazioni de “L’impero dei sensi”, “L’ultima donna”, la violenza di “Salò”, “La pelle”), non ci stupisce il proliferare di film “minori” (ma a volte storici) che incentrano sulla carne (più radicalmente che in Cronemberg) la loro poetica: Cannibal Holocaust, Quella villa accanto al cimitero, Paura nella città dei morti viventi, Cannibal ferox – che, come “Blair witch project” inscena un finto documentario per insinuare il dubbio nel pubblico -, Inferno in diretta.
Stupisce di più la rimozione che c’è stata in seguito, anche se in questi film la violenza è sempre motivata: in un crescendo, la violenza della natura sulla natura viene rimpiazzata dalla violenza sugli uomini, fino all’autodistruzione totale del corpo… da una parte la legge della natura, dall’altra la giustizia naturale che vede i deboli (in genere i bianchi sono i cattivi invasori che periscono dopo averne fatte di tutti i colori agli indigeni) sopraffare i forti. E per citare Nicholas St. John: “Il sangue non è un effetto speciale, ma qualcosa che riflette la realtà del mondo.
E registi come Argento e Ferreri si son dovuti adattare a temi e limiti diversi, pena l’impossibilità di trovare finanziamenti o vendere i loro prodotti sul mercato televisivo; il cinema di genere ha avuto se non analoghe traversie, maggiori problemi, non trovando più quella libertà di diffusione, tematica ed iconografica, di questa stagione d’oro.
Ed il malessere che questi film diagnosticavano, non era risolto da nessuna catarsi; a guardare oggi quale realtà ci sia nel cinema medio italiano, non si sa dove appigliarsi: potranno – ad esempio – grandi successi come “I laureati” o “Trauma” essere letti in futuro come documentari sugli anni ’90!?
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