Riflessione sul cinema come specchio “politico”
- antoniettamasina
- 5 mar 2014
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 6 mar 2022

Ho altrove già accennato di come il cinema dell’orrore peschi le sue argomentazioni dall’orrore “del reale”, e di come il reale a sua volta ponga il cinema dell’orrore come suo modello ispiratore (ma siamo di nuovo di fronte al tentativo di esorcizzare qualcosa che ci fa paura: possiamo davvero credere che la visione di “Bambola assassina” abbia spinto i bimbi inglesi a seviziare i loro compagni!? Per loro poteva essere un alibi attenuante… per gli adulti il modo di credere ancora che i mostri si vedono solo al cinema). Nella Germania degli anni ’30 la più grave inflazione del secolo provocò, oltre il disgregamento degli affetti, la miseria più cieca, la sovversione del bene e del male, il concepimento dell’inutilità della religione, nonché un dei più ampi ed importanti movimenti artistici del ‘900: l’espressionismo tedesco, da molti considerato le fondamenta dell’edificio costituito dalla cinematografia dell’orrore. Sempre di quegli anni la nascita del teorema che descrive il cinema horror come la rappresentazione per immagini, delle paure ed angosce tipiche del corrispondente momento storico e sociale (confermato dall’apparire dell’horror in America con la grande depressione economica, e del filone “catastrofico” apparso con la prima grande crisi petrolifera mondiale).
E ci sono molti film che indagano il rapporto di violenza e di efferatezze compiuti in seguito al martellamento dell’attuale violenza televisiva (sia nei TG che nei Cartoon): da “Il cameraman e l’assassino”, al bellissimo “Mad Stylist”. Post-espressionismo!?
E’ un dato di fatto, comunque, che fino agli anni ’40 il cinema espresse la paura dell’uomo, non tanto per mostri dell’altro mondo, quanto per quelli che rischiava di incontrare ogni giorno sulla terra! Teoria rafforzata dalla successiva esorcizzazione al passo coi tempi, che dal ’50 (inizio ufficiale dell’era spaziale, ed in russi erano all’avanguardia) in poi si specializzò sul tema delle invasioni: i veri mostri non sono di questa terra, vengono da fuori e si confondono coi miei simili; purtroppo rimane tutt’oggi solo un’illusione, e da ciò che vediamo ai Tg, i veri mostri sanguinari sono solo umani… troppo umani. Fondamentale sottolineare sotto questa chiave di lettura, il cambiamento tematico della figura degli zombie: da mite automa di carne, schiavo del vodoo, nei primi “White Zombie” o “I walcked with a Zombie”, ai feroci aggressivi ribelli sanguinari di “Zombie” o “Zombie 2” (uno dei pochi che in tempi attuali resta in tema vodoo), che rappresentano le orde nere in rivolta in tante città americane del Sud, le folle di studenti contro la polizia nelle università, le maree umane – e socialmente mai reinserite- dei reduci del Vietnam, le legioni di senzatetto che

cominciavano ad invadere le strade delle megalopoli, gli Hippies. Queste 2 ultime categorie le troviamo espressamente rappresentate come nuovi Zombie nel “Signore del male”, “Distretto 13” (qui non sono morti viventi, ma sono altrettanto misteriosi e sanguinari, quasi soprannaturali), “Zombie” (notevole l’idea della reclusione nel supermarket), e tutti quei trash movie a base di Hippie che in seguito a droghe, sostanze chimiche ecc, divengono morti viventi.
Nell’88 torniamo al vodoo e allo Zombie classico solo col “Serpente e L’arcobaleno”, dove la mitezza dei resuscitati è la sfacciata rappresentazione dell’oppressione dello stato sul popolo.
Nei favolosi anni ’60 spadroneggiano sperimentazioni artistico\stilistiche notevoli, divertenti e divertite (il technicolor dei remake Hammer, la fotografia psichedelica dei film di Corman) al servizio del lancio di nuove attrici, che nell’horror incarnano perfettamente (in quanto vampire crudeli, sensuali, donne spietate e potenti) il modello femminile proposto dall’epoca: l’Italia trova una vena aurea in Barbara Steele, che spesso e volentieri vien fatta sdoppiare (la maschera del demonio, La cripta e l‘incubo, Amanti d’oltretomba) nei due ruoli tipici dell’eroina perseguitata e ridotta alla follia e della vendicatrice implacabile; come ebbe a scrivere T. Mora nella sua Storia del cinema dell’orrore “la donna è la protagonista incontrastata dell’horror italiano”.
Riccardo Freda lancia l’horror gotico in Italia e la moda dello pseudonimo anglofilo, riuscendo a far attecchire il suo genere, che si rivela un’indagine nel peccato, su vizi umani tutt’altro che soprannaturali (la necrofilia del DR Hichcock), inquadrati moralmente come autentiche fonti del male.
In risposta, Holywood rispolvera dive sul viale del tramonto e ne fa una serie di nonne, zie e anziane sorelle assassine (Piano piano dolce Carlotta, Che fine ha fatto Baby Jane, La terza fossa). In realtà, la produzione qualitativa degli anni ’60 si compone di casi isolati, non omologati in un preciso filone (sempre di questi anni “L’occhio che uccide”, “Giro di vite”, “Blood Feast”), che han costituito altrettanti casi particolari aggiornandosi di volta in volta ai rivolgimenti socio-culturali che in quegli anni si susseguivano a velocità frenetica.

Nel sempre più sbrindellato tessuto sociale degli USA post Vietnam, che fornisce il fermento per sanguinosi -quanto incredibili- fatti di cronaca nera, attinge a piene mani il cinema dell’orrore anni ‘70, mettendo in risalto la violenza delle strade americane, ma anche quella delle province abbandonate a se stesse dai mass media e dal governo: L’ultima casa a sinistra, Non aprite quella porta, Le colline hanno gli occhi, Quel mothel vicino alla palude.
In Italia , il cinema commerciale vede i generi fondersi con lo scopo di attirare il pubblico nelle sale in crisi. Accade che il giallo sconfina nell’horror e nell’erotico, e registi che provengono da tutt’altri lidi vi trovano una nuova identità (come Fulci o Margheriti), creando anche il terreno aatto alla nascita di talenti nuovi come Argento, Avati, Bava, che creano in assoluta originalità (Profondo rosso, 4 mosche di velluto grigio, La casa dalle finestre che ridono, Reazione a catena, Shock).
Con da un lato gli incubi di Argento che insanguinano le grandi città, dall’altro le follie di Avati che abitano le campagne, sembra che il vero horror italiano si caratterizzi in queste due facce diverse, ma speculari, che rivoltano la penisola in nero contrapponendo climi “solari” ad atmosfere gotiche.
Ma l’uragano della contestazione porta con sé anche nuovi fermenti, soprattutto in Italia: e le “streghe” del femminismo approdano anche al cinema! Satana e seguaci rappresentano come sempre simbolo del potere e di ribellione: Baba Yaga, L’anticristo, Suspiria, ombre roventi, Non si sevizia un paperino, il delitto del diavolo.
Neanche a dirlo che quasi sempre le streghe dei film sono donne bellissime e lesbiche… uomini (sembravano dire i registi) tremate: le streghe son tornate!
Un altro fenomeno che merita approfondimento è la moda (?) e ricerca poetica che spinge i titoli dei film anni ’70 a celare un enigma di significato svelato all’interno del film stesso, spesso sotto forma di elementare fiaba\metafora\proverbio (come ad esempio ne l’iguana dalla lingua di fuoco o il gatto a nove code): e le sale dei cinema italiani si affollano di animali e simili: 4 mosche di velluto grigio, L’uccello dalle piume di cristallo, Gatti rossi in un labirinto di vetro, Una lucertola dalla pelle di donna, Non si sevizia un paperino.
Esauriti (o ripetuti a clichè) negli anni ’80 lo sfruttamento dei romanzi e racconti di S. King e i sequel dei grandi successi (Halloween, Nightmare, Venerdì 13), gli horror spaziano in varie direzioni, assecondando la moda Hollywoodiana di ridere di tutto ciò che può far paura; errore letale, soprattutto perché l’horror comico spezza la tensione con ironie fuori luogo… meglio horror involontariamente comici come “Dovevi essere morta”.
Fortunatamente (sebbene titoli come “Un lupo mannaro americano a Londra” siano pregevoli), in maniera isolata e sporadica qualcuno insiste, regalandoci alcuni tra i migliori horror in assoluto mai realizzati: La cosa, Nightmare, La casa, Re-animator, La mosca.

La paura più comune, comunque, negli anni ’80 sembra quella di non riconoscere il nemico nel vicino di tutti i giorni, e sfocia forma paranoica che ha portato al boom di vendita delle armi individuali… che rafforza la paranoia della pericolosità del vicino. Tematica ben espressa in film come “La cosa”, “La casa” e nel meno cruento ma più caustico “Essi vivono”.
Nella metà degli anni ’80 Crawen riesce in ciò in cui tutto il cinema horror dai tempi della Universal non era riuscito: creare dal nulla un nuovo mostro, che incarnasse la paura di oggi, il terrore contemporaneo talmente radicato in noi stessi da risiedere nell’ultimo lembo di innocenza che ci è rimasto. Il contrasto tra il vestito pittoresco del Baubau e la mostruosità del suo volto, è la raffigurazione di un’infanzia inquieta, violata ogni giorno da mostri che sembrano i parenti prossimi di Freddy Krueger.
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